1) Descartes. Ricerca del metodo.
L'opera Discorso sul metodo rivela molti aspetti della personalit
di Descartes, uomo riservato, dedito alla meditazione, fiducioso
nella ragione. Consapevole del radicale relativismo in cui sono
inseriti i valori umani e sociali, egli  alla continua ricerca di
una metodologia soddisfacente per uscirne con idee chiare e
distinte, tali da convincere per la loro evidenza. Partendo da
queste idee, egli si propone di elaborare nuovi princpi
metafisici, su cui fondare tutte le scienze.
R. Descartes, Discorso sul metodo, Parte seconda (pagine 135-137)

Invece, sin dagli anni di collegio, appresi che non si pu
immaginare nulla di tanto strano e poco credibile che non sia
stato detto da qualche filosofo. Poi, viaggiando, potei constatare
che non tutti quelli che sentono in modo contrario da noi sono per
questo barbari o selvaggi: ch, anzi, molti di essi usano la
ragione quanto e pi di noi. Il che mi fece comprendere come un
medesimo uomo, con la stella intelligenza, educato sin
dall'infanzia fra francesi o tedeschi, vien su diversamente da
quel che sarebbe se fosse vissuto sempre tra cinesi o cannibali.
Persino nella moda dei nostri abiti quel che ci  piaciuto dieci
anni fa, e che forse ci torner a piacere da qui ad altri dieci
anni, ci sembra ora stravagante e ridicolo. Non una conoscenza
certa, dunque,  per lo pi quel che ci fa persuasi, ma
l'abitudine e l'esempio. Ma per la scoperta di verit un po'
difficili la maggioranza dei consensi vale poco o nulla, perch 
pi facile che le scopra un uomo solo che non tutto un popolo. Per
queste ragioni, dunque, io non sapevo scegliere nessuno le cui
opinioni mi sembrassero preferibili a quelle degli altri, e mi
trovai, si pu dire, costretto a cercare di guidarmi da me stesso.
Allora, come un uomo che cammina nell'oscurit e solo, presi la
risoluzione di avanzare tanto lentamente e con tanta circospezione
in ogni cosa, per cui, pur progredendo di poco, evitassi tuttavia
di cadere. Anzi, non cominciai neppure a ripudiare d'un tratto le
opinioni che per l'addietro si fossero potute insinuare nella mia
mente senza esservi introdotte dalla ragione, ma presi tempo per
tracciare prima il disegno dell'opera che intraprendevo, e per
cercare ponderatamente il vero metodo da seguire nella conoscenza
delle cose di cui la mia intelligenza era capace.
Avevo studiato un po' quando ero pi giovane, tra le parti della
filosofia, la logica, e, tra le matematiche, l'analisi geometrica
e l'algebra: tre arti o scienze, dalle quali speravo cavar qualche
aiuto per il mio disegno. Ma, nell'esaminarle, mi accorsi che
m'ero ingannato. I sillogismi e la maggior parte dei precetti
della logica servono piuttosto a spiegare agli altri le cose che
gi si sanno, ovvero anche, come l'arte di Lullo, a parlare senza
discernimento delle cose che uno ignora, invece d'impararle.
Quella logica contiene, senza dubbio, anche precetti ottimi,
verissimi, ma, mescolati con quelli, ne ha tanti altri nocivi, o
per lo meno inutili, che separarli  un'impresa ardua, come quella
di cavar fuori una Diana o una Minerva da un blocco di marmo
neppure sbozzato. E quanto all'analisi degli antichi e all'algebra
dei  moderni, oltre che riguardano materie astrattissime e di poco
uso in pratica,  da notare che la prima  cos legata alla
considerazione delle figure che non pu esercitare l'intelligenza
senza stancare molto l'immaginazione, e la seconda s' talmente
assoggettata a certe regole e a certe cifre da apparire un'arte
confusa e oscura per imbarazzare l'intelligenza piuttosto che una
scienza per coltivarla.
Bisognava, dunque, che io cercassi un altro metodo, il quale,
riunendo i vantaggi di questi tre, fosse esente dai loro difetti.
E come la moltitudine delle leggi fornisce spesso una scusa
all'ignoranza e al vizio, per cui uno Stato  tanto meglio
regolato quanto meno ne ha, ma rigorosamente osservate; cos,
invece di quel gran numero di regole di cui la logica  composta,
pensai che ne avrei avuto abbastanza di queste quattro, purch
prendessi la ferma e costante risoluzione di non venir meno
neppure una volta alla loro osservanza.
La prima era di non accogliere mai nulla per vero che non
conoscessi esser tale con evidenza: di evitare, cio,
accuratamente la precipitazione e la prevenzione; e di non
comprendere nei miei giudizi nulla di pi di quello che si
presentava cos chiaramente e distintamente alla mia intelligenza
da escludere ogni possibilit di dubbio.
La seconda era di dividere ogni problema preso a studiare in tante
parti minori, quante fosse possibile e necessario per meglio
risolverlo.
La terza, di condurre con ordine i miei pensieri, cominciando
dagli oggetti pi semplici e pi facili a conoscere, per salire a
poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza dei pi
complessi; e supponendo un ordine anche tra quelli di cui gli uni
non precedono naturalmente gli altri.
L'ultima, di far dovunque enumerazioni cos complete e revisioni
cos generali da esser sicuro di non aver omesso nulla.
Quelle catene di ragionamenti, lunghe, eppure semplici e facili,
di cui i geometri si servono per pervenire alle loro pi difficili
dimostrazioni, mi diedero motivo a supporre che nello stesso modo
si susseguissero tutte le cose di cui l'uomo pu avere conoscenza,
e che, ove si faccia attenzione di non accoglierne alcuna per vera
quando non lo sia, e si osservi sempre l'ordine necessario per
dedurre le une dalle altre, non ce ne fossero di cos lontane alle
quali non si potesse arrivare, n di cos nascoste che non si
potessero scoprire. Da quali cominciare, non tardai molto a
stabilire: ch sapevo gi che dovevano essere le pi semplici e
facili a conoscersi. Considerando, quindi, come, fra tutti quanti
hanno finora cercata la verit nelle scienze, soltanto i
matematici sono riusciti a trovare alcune dimostrazioni o
ragionamenti certi ed evidenti, non dubitai che quelle fossero le
verit prime da esaminare, sebbene non ne sperassi altro vantaggio
che di abituare la mia intelligenza alla ricerca fondata sul vero
e non su falsi ragionamenti. Non per questo pensai di dedicarmi a
tutte quelle scienze particolari che comunemente son chiamate
matematiche. Invece, osservando come tutte, per quanto i loro
oggetti siano diversi, son d'accordo a considerare questi soltanto
dal lato dei rapporti e delle proporzioni, pensai che era meglio
esaminare soltanto questi rapporti, o proporzioni, in generale,
supponendoli in quegli oggetti che potevano facilitarmene la
conoscenza, ma senza limitarli a essi in nessun modo per poterli
dopo applicare ugualmente bene a tutti gli altri oggetti a cui
convenissero. Notai, inoltre, questo: che quei rapporti avrei
avuto bisogno di considerarli qualche volta in casi particolari,
semplici, tal'altra invece di ritenerne e comprenderne parecchi
insieme; e pensai, allora, che nel primo caso mi convenisse
esprimerli con linee, perch non trovavo nulla di pi semplice e
facile per rappresentarli distintamente all'immaginazione e ai
sensi, e nel secondo caso mi convenisse esprimerli mediante alcune
cifre, le pi brevi possibili: in questo modo avrei preso tutto il
meglio dell'analisi geometrica e dell'algebra, e avrei corretto i
difetti dell'una per mezzo dell'altra.
Oso dire che l'esatta osservanza di quei pochi precetti, che mi
ero prefisso, mi diede subito una grande facilit a districare
tutte le questioni comuni a queste due scienze; cominciando,
infatti, dalle pi semplici e generali, e servendomi delle verit
trovate come di regola per trovare ordinatamente le altre, in due
o tre mesi venni a capo di parecchie questioni che in passato mi
erano sembrate tra le pi difficili. Non solo. Ma mi sembr alla
fine di poter determinare, anche per quelle non ancora studiate,
con quali mezzi e fino a qual punto era possibile risolverle. N
ci vi deve apparire come una vanit, solo che consideriate come,
essendo una sola la verit di ogni cosa, chiunque la trovi, ne sa
quanto se ne pu sapere: per cui, ad esempio, quando un ragazzo
istruito in aritmetica ha fatto un'addizione secondo le regole,
pu esser sicuro d'aver trovato, rispetto alla somma, tutto quello
che lo spirito umano pu saperne. D'altra parte, un metodo che
insegni veramente a seguir l'ordine e ad analizzare esattamente i
dati di quel che si cerca, contiene anche tutto ci che d
certezza alle regole dell'aritmetica.
Ma quel che pi mi dava soddisfazione in questo metodo era la
sicurezza di servirmi in tutto della mia ragione, se non
perfettamente, per lo  meno nel modo migliore ch'io potevo. Si
aggiunga che, praticandolo, la mia intelligenza, come ben
avvertivo, si abituava a poco a poco a concepire pi chiaramente e
distintamente i suoi oggetti, s che, non avendola vincolata a
nessuna materia particolare, mi ripromettevo di applicarla ai
problemi di altre scienze altrettanto utilmente come a quelli
dell'algebra. Non per questo, tuttavia, osai di pormi allo studio
di esse senz'altro: il che sarebbe stato contrario anche
all'ordine che con un tal metodo mi ero prescritto. Anzi,
riflettendo alla necessit, in cui queste scienze si trovano, di
derivare i loro princpi dalla filosofia, dove non ne vedevo
ancora di certi, pensai che mi bisognava anzitutto tentare di
stabilirne qualcuno proprio in questa. Ma questa era cosa di cui
niun'altra era pi importante: dove la precipitazione e la
prevenzione sono pi da temere. Io avevo allora ventitr anni, e
per pensai di non poterne venire a capo finch non avessi un'et
pi matura e non avessi impiegato tempo sufficiente a prepararmi,
sia liberandomi radicalmente da tutte le opinioni erronee accolte
per l'innanzi nel mio spirito, sia facendo provvista di esperienze
per aver la materia dei miei ragionamenti, sia in fine con
l'esercizio costante del mio metodo per impadronirmene sempre
meglio.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine 140-
144.
